turista per finta

Name:
Location: Italy

Saturday, April 07, 2007

Questo e' veramente tutto quello che facciamo

Confessioni piu' peronali seguiranno, nel frattempo ecco il mio collega Cesarone

La crisi umanitaria si allarga

L’apertura del nuovo fronte di guerriglia al confine con il Ciad, rende ancora più difficile il lavoro sul terreno, tra l’aumento di profughi e sfollati e i problemi legati alla sicurezza. Cesare Fermi, di Intersos, spiega il perche'

Esperto di interventi di emergenza, Cesare Fermi, 32 anni di Piacenza, lavora con Intersos dal 2003. È arrivato Darfur per la sua seconda missione all’inizio del 2006. Prima era stato in Iraq e nello Sri Lanka, per l’emergenza Tsunami. Specializzato nelle crisi umanitarie che coinvolgono spostamenti di rifugiati e sfollati, per il giovane cooperante “la protezione cui ha diritto il rifugiato prevede non solo assistenza per i bisogni immediati, ma soprattutto sostegno per la ricostruzione di una vita in sicurezza e dignità”. Ed è questa la filosofia che anima gli interventi di Intersos nella tormentata regione sudanese, dove l’apertura del recente fronte ciadiano rischia di acuire la grave crisi umanitaria attualmente in corso.

Quali sono le attività di Intersos in Darfur?
Intersos è presente in Darfur occidentale dal 2004, ma l’intervento nella regione sudanese è iniziato nel 2003, quando sono stati aperti in Ciad due campi rifugiati proprio per accogliere chi fuggiva dal conflitto in Darfur. Ora, dunque, le attività proseguono dalle due parti del confine orientale, sia verso il Ciad che verso il Sudan. E questo oggi è molto importante, a causa dell’ennesima crisi che colpisce questa popolazione all’interno del Ciad. Proprio al confine con questo Paese, dove ora la crisi è più intensa, Intersos ha le basi di Intersos Habila e Forobaranga. Le altre sono a Geneina, capitale del Darfur orientale, e a Garsila e Um Kher verso l’interno, nel cuore dell’area dove iniziò la crisi del 2003.

Quanto influisce la questione della sicurezza sulla quotidianità degli operatori?
Tantissimo, dal momento che la situazione è assolutamente instabile, soprattutto al confine con il Ciad, e che i conflitti tribali rendono la situazione non prevedibile a lungo termine. Il comune banditismo, che ultimamente ha come bersaglio preferito le auto, è un fenomeno frequentissimo e non sempre si risolve in modo tranquillo. Questo influisce moltissimo sia sui tempi e i costi dell’attività, che sullo stress e sulla frustrazione dello staff, soprattutto quando deve recarsi in località remote e mal collegate. Per lunghi spostamenti tra una base e l’altra siamo spesso obbligati a servirci degli elicotteri del servizio messo a disposizione dal Programma alimentare mondiale (Pam), con un grande aumento di costi e tempi.

E quanto, nello specifico, la nuova situazione in Ciad?
Le ultime notizie sembra riportino al pericolo di una crisi simile a quella sudanese del 2003, quando migliaia di vittime nel Darfur occidentale si accompagnarono a centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati in terra ciadiana. Le conseguenze su un territorio e su una popolazione come questi, già stremati da anni di combattimenti, sicuramente saranno pesantissime, ma allo stato attuale stiamo monitorando la situazione. Sul confine Intersos è presente sia sul versante ciadiano che su quello sudanese, e si sta preparando al peggio. Dal punto di vista logistico, le conseguenze sono pesantissime: sembra assurdo, ma qualche anno fa per andare da Forobaranga, al confine col Ciad, al campo rifugiati di KouKou Angarana, che gestiamo in territorio ciadiano, ci volevano poche ore di macchina, ora dobbiamo prendere un aereo fino a Khartum via Addis Abeba e un altro a N'djamena.

L’assistenza ai rifugiati avviene in collaborazione delle agenzie internazionali?
Intersos è uno dei principali partner dell’Alto commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ha implementato e sta implementando progetti di scolarizzazione con l’Unicef, programmi per la sicurezza alimentare con la Fao e, inoltre, ha collaborato con la Cooperazione Italiana e l’Unione europea.

E ora?
Attualmente stiamo lavorando su un largo progetto con Unhcr basato sul reinserimento nelle comunità locali. In termini semplici, stiamo operando nei villaggi remoti di tutta l’area di interesse delle nostre basi (la provincia di Habila e del Wadi Salih) con interventi villaggio per villaggio basati sui bisogni della comunità. Si tratta di costruire scuole - cinque quest’anno - aprire o riabilitare punti d’acqua, fare campagne per l’igiene e la salute, svilluppare il sistema dell’educazione, dare sostegno alle attività agricole attraverso lo sviluppo di piccoli centri nei villaggi principali. Tutto questo, però, è fatto con la mobilitazione della comunità beneficiaria, direttamente coinvolta negli interventi. Noi forniamo i materiali e sosteniamo le attività in differenti modi, che sono implementate e poi gestite direttamente da chi andiamo ad aiutare. Sempre in questo progetto, dal 2004 stiamo monitorando la situazione di tutti i villaggi dell’area e di rifugiati, sfollati interni e delle risorse disponibili. Si tratta di un “Profiling” i cui risultati ora sono accessibili anche su Internet. Altro aspetto importantissimo, sono i centri per le donne e quelli per i ragazzi, che abbiamo aperto e sostenuto dal 2005 e che sono ormai prossimi all’autosufficienza.

Di che cosa si tratta?
Sono 12 centri per le donne e 9 centri per giovani al cui interno si svolgono una serie di attività richieste dagli stessi beneficiari: sostegno psicosociale, corsi di formazione, training sui differenti mestieri e su argomenti di salute e igiene. Lo scopo è fornire uno spazio non solo fisico, ma anche sociale di sicurezza, di riunione, di discussione e, soprattutto, di sviluppo per la comunità. Si tratta un vero e proprio network sociale all’interno dei villaggi. Al loro interno le donne e i giovani si danno assistenza l’uno con l’altro, trovano la possibilità e lo spazio per potere affrontare, in sicurezza, tutte le questioni che riguardano la loro situazione. La maggiore nostra soddisfazione nostra è stato vedere che questi centri, anche nei villaggi più remoti, hanno avuto un grande successo, si sono auto-replicati e oggi sono quasi del tutto autonomi.

Quanti sono i progetti attualmente in corso? Quanti i cooperanti impegnati sul terreno?
Oggi abbiamo in piedi quattro progetti, che sono ognuno parte integrante di un programma generale a supporto delle comunità locali nei differenti settori della sicurezza, istruzione, sostegno all’agricoltura, igiene e sanità. Lo staff è di 14 operatori espatriati e circa 150 locali. All’interno del team locale ci sono persone validissime che, dopo anni di lavoro con noi, ora sono perfettamente in grado di gestire autonomamente gli aspetti strategici più delicati del nostro programma. Ultimamente uno di loro è divenuto responsabile di un progetto finanziato dalla Fao, con cui stiamo facendo un lavoro di sostegno alla ripresa dell’agricoltura, che dura da alcuni anni ormai e sta dando ottimi risultati. Inoltre, stiamo costruendo con Unicef 70 classi in 23 scuole, insieme a 230 latrine, e ci stiamo occupando della mobilitazione degli insegnanti e delle associazioni locali di genitori e studenti.

Come interagisce Intersos con le comunità arabe e africane?
Intersos dà ovviamente sostegno a entrambe le comunità. Certamente, però, la comunità africana è quella più colpita dalla crisi e quella che ha bisogno di maggiore supporto. Senza un intervento bilanciato a favore anche dei casi di bisogno della comunità cosiddetta “araba”, però, non potremmo avere un reale intervento teso alla riconciliazione e alla ricostruzione di una società in cui si possa convivere. Dopo anni di guerra infatti, non è possibile distinguere tra le diverse vittime civili di un conflitto. La comunità civile araba è infatti ugualmente colpita dalla crisi di risorse e dai conflitti intertribali che abbondano nell’area. Quando si opera in modo imparziale, la distruzione che accompagna una guerra genera bisogni di intervento su ogni fronte.

Qual è in generale la situazione in cui operano le Ong nella regione?
Attualmente le Ong fanno i conti principalmente con difficoltà logistiche e burocratiche. Queste ultime riguardano soprattutto visti, autorizzazioni e leggi, che vengono applicate di volta in volta in modo differente e riconosco la nostra difficoltà di interpretazione della maggior parte delle carte che provengono da Khartum. La presenza umanitaria è massiccia nei grandi centri come Geneina ma, mano mano che ci si allontana da questi la situazione si fa più incerta e la presenza delle Ong è limitata. Per questo noi di Intersos, che operiamo anche in aree remote, dove le esigenze di assistenza sono più forti, possiamo dire che soffriamo... di solitudine.

Intersos ha in programma altri progetti in Darfur?
Stiamo pensando di allargare l’intervento verso un progetto molto ambizioso, che dia la possibilità di iniziare una gestione pacifica delle risorse strategiche (acqua e terra in primis) tra le due comunita’ “contrapposte”, quella dei nomadi coltivatori e quella dei coltivatori stanziali. Infatti, al di là di molte ragioni politche, anche questo conflitto ha le sue radici profonde nell’eterna lotta per le risorse che dilania tutta l’Africa, e che negli ultimi anni si è purtroppo pesantemente aggravata. Speriamo che il progetto possa partire a breve, e crediamo che sia l’ultima carta che ci sentiamo di provare per favorire una soluzione pacifica allo strazio che sta subendo questa terra. Nel breve termine, purtroppo, la crisi in Ciad ci porta a pensare che interventi di estrema emergenza siano all’orizzonte.

Nella foto in alto, un'operatrice di Intersos con i bambini di una scuola; nella seconda immagine, due cooperanti di Intersos in un villaggio nel Darfur occidentale; la terza è una foto di gruppo con una comunità africana

7 aprile 2007

Friday, January 26, 2007

Questo e' anche il mio progetto!


da: http://www.repubblica.it/scienza_e_tecnologia/index.html

SCIENZA & TECNOLOGIA

Il progetto messo a punto da ricercatori trentini e l'ong Intersos
Come intervenire nell'area di crisi definita "l'inferno della Terra"

Computer e mappe su internet
per aiutare i rifugiati in Darfur

di ROSALBA MICELI

Con ogni probabilità oggi anche Madre Teresa, se fosse ancora viva, si servirebbe di un sistema informatico per seguire i diseredati che vivono sui marciapiedi di Calcutta. Lo stesso che potrebbe monitorare e contribuire alla gestione dell'emergenza umanitaria in Darfur, nel Sudan, e il cui progetto è stato presentato nei giorni scorsi al Centro per la Ricerca Scientifica e Tecnologica di Trento (ITC-irst). Si tratta di tecnologie WebGIS (GIS in Internet) tutte open source, pronte per essere operative fra brevissimo tempo sul posto, sviluppate da una collaborazione tra l'ITC-irst, un suo spin-off, e l'organizzazione umanitaria non governativa Intersos, partner dell'Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.

Dopo un primo periodo di test in Darfur, il sistema sarà disponibile sul web e farà conoscere a tutto il mondo la reale situazione in quell'area di crisi, definita "l'inferno della terra" da Kofi Annan. Spiega Alessandro Guarino, responsabile per l'Italia di Intersos: "Ci permetterà di sapere cosa accade veramente in Darfur in tempo pressoché reale, dando quindi gli elementi giusti per organizzare gli interventi umanitari in modo semplice e mirato, senza sprechi di tempo e risorse oltre a condividere le informazioni con altre organizzazioni che operano sul posto. E a pianificare gli interventi diretti a rimuovere le cause che ancora ostacolano la fine del conflitto".


Il progetto prende il via da un incontro fortunato: nell'agosto 2006, il matematico Cesare Furlanello, responsabile del progetto di ricerca "Modelli predittivi per dati biologici ed ambientali" dell'ITC-irst, specializzato in sistemi GIS, incontra Sergio Odorizzi di Intersos, venuto ad illustrare le attività in Sudan ai ragazzi ospiti di Web Valley, il campo estivo di formazione e ricerca dell'ITC. Nasce subito l'idea di unire le rispettive competenze, coniugando spirito umanitario e tecnologia d'avanguardia. Ieri la firma di un accordo aperto a nuovi sviluppi.

L'azione umanitaria nel Darfur occidentale. Intersos è una delle più grandi organizzazioni umanitarie europee, con sede centrale in Italia. Fondata nel 1992 con il sostegno delle Confederazioni sindacali italiane, dal 2004 è presente in Darfur a supporto degli sfollati e dal 2005, per l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, si occupa del monitoraggio della situazione umanitaria in oltre 500 villaggi del Darfur occidentale. Sul posto, in un'area grande quasi quanto la Francia, si trovano diverse organizzazioni umanitarie anche se Intersos è l'unica che oltre a fornire assistenza, segue i movimenti dei rifugiati, con l'obiettivo di favorirne il ritorno, in condizioni di sicurezza. Dopo la mappatura dei villaggi (ottobre 2004-luglio 2005), le attività si sono concentrate nel monitoraggio dei ritorni su base trimestrale (agosto 2005-dicembre 2006). Gli operatori girano continuamente in lungo e in largo, con evidenti problemi di sicurezza e di accessibilità, muniti di carta e penna. Le informazioni raccolte con i questionari cartacei (nome e coordinate GPS del villaggio, condizioni generali, caratteristiche della popolazione, percentuale delle tribù) vengono trasformate in dati poi inviati al centro operativo di Garsila. Così finora è stato possibile mettere a punto delle carte tematiche che mediante semplici simboli, come cerchietti colorati, evidenziano lo stato dei villaggi (distrutti, abbandonati, abitati, insediati da nomadi), la presenza di sfollati interni, rifugiati o ritorni, lo stato di servizi essenziali (scuole, ospedali, pozzi), o le condizioni della terra.

"A causa del conflitto, dal 2003 in Darfur si sta consumando una grave crisi umanitaria, della quale in Europa non arriva la percezione, per numero di vittime e per drammi sociali" riferisce Sergio Odorizzi che vi ha appena trascorso 15 mesi. Impressionanti le cifre: 2.300.000 sfollati interni, 250.000 rifugiati in Chad e 350.000 le vittime stimate.

Il sistema informatico WebGis
I sistemi GIS, acronimo di Geographic Information Systems, sono strumenti software che permettono di gestire ed elaborare informazioni di varia natura associate al territorio. L'imponente mole di informazioni raccolte in Darfur ha orientato verso l'utilizzo di tecnologie GIS per disporre di un database centralizzato, continuamente aggiornato e accessibile da chiunque (naturalmente on line). La piattaforma WebGis presentata dall'ITC consente l'analisi integrata dei dati su rifugiati e sfollati e le rispettive aree di origine, lo studio delle dinamiche in atto e dei possibili scenari futuri. Per esempio, tramite una query, si può interrogare il sistema riguardo ai villaggi dove si trova attualmente una certa tribù, sapere di quante persone è composta, che movimenti ha avuto di recente, se dispone di risorse, quali sono i soggetti più vulnerabili. I dati vengono visualizzati mediante mappe o in dettaglio con tabelle. Tutti i componenti del sistema sono basati sulle specificazioni dell'Open Geospatial Consortium e le applicazioni informatiche del progetto saranno sviluppate in ambiente open source per svincolarle da licenze proprietarie, in modo da essere facilmente trasferibili ai partner locali. In una parola: tecnologia sostenibile e dal volto umano.

(26 gennaio 2007)

Friday, January 19, 2007

Eccessi e cessioni

A scrivere un blog che legge anche la tua mamma e il tuo papa’ ci si perde sempre.

Avrei un sacco di succulenti episodi da vita spericolata di cooperante da raccontarvi., ma facendolo, farei venire meno la mia mamma. E il mio papa’ fisserebbe attonito lo schermo, preferendo non accettare di avere capito.

Vi basti sapere che a Geneina e’ stato un periodo di festeggiamenti per vittorie vinte, per eccessi generali. E se i Janja (i nomadi, quelli che hanno le armi e che vogliono prendere tutto agli africani, i cattivoni, insomma, per semplificare questo terribile pasticcio che e’ la crisi del darfur) festeggiano, sprecano proiettili e rubano macchine.
In tutte i due casi, non e’ una bella aria per i kawagjia (per i bianchi).
Per questa ragione, abbiamo seguito un fuggi fuggi generale e ci siamo spostati su Khartoum, per una settimanella, giusto per festeggiare Natale.

E li’ abbiamo fatto eccessi. Menu’ a 4 stelle, pasta al ragu, fette di salame e parmigiano, pandoro e torrone per dolce. Gli italiani sanno come mangiare, e’ risaputo, anche in Sudan. Se ci sono piu' di 2 italiani in una stanza e’ sicuro che un pezzo di parmigiano salta fuori da qualche valigia.
Incorro in grosse denuncie, ma ammetto che e’ girato pure un liquore di origine cinese.

A capodanno, invece, ad Habila, vicino al confine sudanese, anche li’ e girato alcool. Vodka svedese. E pure li’, bagordi. Pasta col pesto, con basilico amorevolmente curato nelle basi INTERSOS. Noccioline non tostate al posto dei pinoli, ma non male come effetto generale

Un mese di eccessi e cessioni.

Cedemmo agli spari: lasciati gli infraditi, abbiamo indossato calze e scarpe e abbiamo calcolato quale forza ci sarebbe voluto per catapultarci dal muro, nella casa dei vicini. Se entrano e i cani gli si avventano contro, i Janja sparano, che fare dunque? Il vicino, diceva il mio collega, d’accordo. Ma chi e’ il vicino? Un arabone. Va bene, ma speriamo che ci stia a nascondere due kawagjia.

Fortunatamente non sono entrati, e neppure i proiettili.

Cosi’ sono di nuovo qua nella mia base di Geneina, con i miei cani nani, la mia stanza impolverata.
Il mio nemico principale ora e’ il freddo e il vento freddo che entra da tutte le grate che fungono da finestre nella mia casetta. Due coperte sintetiche tirate su fino al naso fungono da riparo. La notte girnadomi faccio le scintille, e tiro certi fulmini solamente, sfiorando il lenzuolo sintetico puro al 100%.
La mattina si gela, non riesco a trovare la forza per alzarmi e se lo faccio, impreco. Impreco tanto.
Le doccie e i conseguenti shampoo sono scesi a uno ogni due giorni, perche’ il freddo mi scoraggia. Inoltre scaldare l’acqua nel pentolone, a volte col carbone, e’ una procedura torppo lunga e non posso farla tutti i giorni. L’aria secca mi taglia la pelle. E la sabbia mi rimane sotto le unghie...

Urge manicure

Sunday, November 26, 2006

Il fumo che fa il respiro al freddo II


Mi manca Londra.

L’inverno, il Natale, la ricchezza
lo shopping, i regali, aprire i pacchetti

Bere la cioccolata e andare nei bar con le amiche

Mi manca badare ai vestiti, al mio peso, alla mia pelle

Sapere di essere giudicata e il fumo che fa il respiro al freddo


...

E’ quasi una poesia. L’ho scritta quando stavo in Palestina, l’8 dicembre che a me porta sempre un po’ di malinconia. L’anticipo per sconfiggerla prima.

Ma questa volta so che non arrivera’.

Buffo: con le poesie devi decidere quando andare a capo

Thursday, November 16, 2006

Entra nella cooperazione, mi dicevano...

VEDRAI IL MONDO...

Sono in Sudan da 15 giorni e ieri mi sono accorta che non sono ancora riuscita a vederne il cielo.
Non esco mai dall'ufficio, lavoro come un'ossessa davanti al computer.
Persino nei momenti di pausa (pranzo e ruttino) c'e' una tettoia che mi impedisce di scrutare il cielo in liberta'.
Un po' come la siepe del Leopardi.

E allora ieri notte quando un urlo ancestrale mi ha svegliato, e mi ha prodotto quel batticuore da gelo del sangue che solo i cooperanti conoscono (non vogliono sminuire le altre categorie di lavoratori a rischio) quando ho ritrovato una temperatura normale e quando tutti gli incoraggiamenti che famiglia e amici ti farebbero in questi momenti mi hanno permesso di alzarmi per andare a vedere che cosa era successo... e allora ieri notte ho visto la stellata africana.
Io non conosco stelle, ne' sono dall'altra parte dell'emisfero e posso descrivere questa differenza.
Ma qui le stelle sono piu' vicine
Si sa
perche' vicino agli inferi si trova pure il paradiso, chiedetelo a Dante. Non ha fatto tanta strada tra un tomo e l'altro.

Ho svegliato il mio collega. Ancora accuso che l'OOOOOOOOOOOOO gutturale provenisse da una sua battaglia onirica.
Lui nega. Si parla di soldati non precisati. Io non li ho visti.

I cani abbaiavano, mi sono saltati addosso... contenti.

Friday, November 10, 2006

Ennesimo matirmonio della mia vita da spettatrice

Oggi siamo stati invitati ad un matrimonio, del petit frere del nostro logista, Abu.
Qui come in Ciad, hanno molti troppi petit frere, petit soeur per ogni famiglia. Tutti si chiamano così; tant’è che quando vogliono specificare dicono: meme mere, meme pere (stessa madre, stesso padre). Altro che le famiglia allargate occidentali, dopo l’avvento del divorzio.
La tenda siergeva nel mezzo della strada, fra vicinati di case di parenti. I tappeti di rafia sintetica ci attendevano per terra. Tolte le scarpe ci siamo seduti non sicuri di essere arrivati nel posto giusto, perchè Abu, l’unico che conoscevamo, non c’era ancora.
E’arrivato prima il vassoio tondo con le cibarie, il pane floscio e gente desiderosa di condividere, tutto prima di Abu.
Gentilmente ci aveva concesso a me e alla mia collega di partecipare alla tenda degli uomini, in modo da poter parlare con gli altri nostri colleghi e con lui.

Il nostro logista parla solo francese e arabo, perchè non ha fatto gli studi in Sudan, come tutti i suoi petit frere, ma, l’esercito è venuto a cercarne uno per andare in guerra, lui è andato a suo posto... Poi tra commerci e guerre ha girato per molta africa , soprattutto francofona.
E ora fa il logista da noi.
Poi dirò che cosa fa un logista
Poi diro che cosa ha raccontato su un Sudan non tanto anticio senza armi.
Poi racconterò anche della sua visione della guerra tra etnie.
Per ora arriva forte il piacere della chiacchierata nella tenda con il tchiai in mano, con soli pochi bimbi che mi fissavano come fossi un fenomeno da baraccone dagli occhi cerulei, più sbiaditi che mai in questa luce desertica.
Abu mi guardava, mi parlava, come donna, come bianca.
E la differenza con il Ciad mi arrivava così lampante. Il ciad, dove discutere, chiacchierare, pr il puro piacere della speculazione, dello scambio era l’ennesima ricchezza di cui erano stati deprivati
Sarà stato perchè Abu è muslmano..
Sarà stato perchè la donna bianca era accompagnata da uomini bianchi..

Il fumo che fa il respiro al freddo

My Favourite Things
(Sing Along)
Raindrops on roses and whiskers on kittens

Bright copper kettles and warm woollen mittens
Brown paper packages tied up with string,
These are a few of my favorite things.

Cream coloured ponies and crisp apple strudel,
Door bells and sleigh bells and schnitzel with noodles
Wild geese that fly with the moon on their wings,
These are a few of my favorite things.

Girls in white dresses and blue satin sashes,
Snow-flakes that stay on my nose and eye-lashes,
Silver white win-ters that melt into spring,
These are a few of my favorite things,

When the dog bites,
When the bee stings,
When I'm feeling sad,
I simply remember my favorite things,
And then I don't feel, so bad.
(Repeat song)



L'ho cantata con la mia collega americana, di Chicago, .. per tirarci un pò su di morale. Una nostra macchina è stata attaccata la settimana scorsa. Al solito derubati; ma anche qualche botta, fermati sparando in aria, che è più strano.

Chissà perchè sto così bene: mi sento al centro del mio corpo e della mia mente. Non mi agito, rispondo sicura alle sollecitazioni esterne, non mi sento sotto pressione e so dove sono.

Poi spiegherò anche il titolo

Tuesday, November 07, 2006

Ho deciso che...

... questo sara' il mio blog, perche' quello vecchio, quello su Aid Pepole, mi sembra un po' troppo professionale e per addetti ai lavori. Se avro' tempo, voglia e ispirazione aggiornaro' l'altro con foto e notizie, ma strettamente in inglese, per show off..

Invece qui mi posso lasciare andare a riflessioni piu' intimiste, liberare il mio spirito egocentrico e egocentrato e subissare di impressioni del tutto personali il web.

Intanto qui il caldo mi fa sentire al sicuro, mi dice che nulla e' cambiato nella poca africa che conosco io. La gente continua ad avere ritmi lenti, a sopravvivere con calma.

La mia casa ha un cancello blu, come tutte le case di ong, legate a UN. C'e' un guardiano, ma sembra molto rilassato, piu' aggressivi sono i due cani nani che abbaiano tuta la notte e che qualche espatriato ha cominciato ad ospitare ben prima del mio arrivo..
Di notte abbaiano. Dico: basta! Ma basta sul serio, guarda che vi porto il boccone.
Non capiscono. Parlano arabo. Eppure solo ai bianchi non ringhiano, i neri li odiano...