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Saturday, April 07, 2007

Questo e' veramente tutto quello che facciamo

Confessioni piu' peronali seguiranno, nel frattempo ecco il mio collega Cesarone

La crisi umanitaria si allarga

L’apertura del nuovo fronte di guerriglia al confine con il Ciad, rende ancora più difficile il lavoro sul terreno, tra l’aumento di profughi e sfollati e i problemi legati alla sicurezza. Cesare Fermi, di Intersos, spiega il perche'

Esperto di interventi di emergenza, Cesare Fermi, 32 anni di Piacenza, lavora con Intersos dal 2003. È arrivato Darfur per la sua seconda missione all’inizio del 2006. Prima era stato in Iraq e nello Sri Lanka, per l’emergenza Tsunami. Specializzato nelle crisi umanitarie che coinvolgono spostamenti di rifugiati e sfollati, per il giovane cooperante “la protezione cui ha diritto il rifugiato prevede non solo assistenza per i bisogni immediati, ma soprattutto sostegno per la ricostruzione di una vita in sicurezza e dignità”. Ed è questa la filosofia che anima gli interventi di Intersos nella tormentata regione sudanese, dove l’apertura del recente fronte ciadiano rischia di acuire la grave crisi umanitaria attualmente in corso.

Quali sono le attività di Intersos in Darfur?
Intersos è presente in Darfur occidentale dal 2004, ma l’intervento nella regione sudanese è iniziato nel 2003, quando sono stati aperti in Ciad due campi rifugiati proprio per accogliere chi fuggiva dal conflitto in Darfur. Ora, dunque, le attività proseguono dalle due parti del confine orientale, sia verso il Ciad che verso il Sudan. E questo oggi è molto importante, a causa dell’ennesima crisi che colpisce questa popolazione all’interno del Ciad. Proprio al confine con questo Paese, dove ora la crisi è più intensa, Intersos ha le basi di Intersos Habila e Forobaranga. Le altre sono a Geneina, capitale del Darfur orientale, e a Garsila e Um Kher verso l’interno, nel cuore dell’area dove iniziò la crisi del 2003.

Quanto influisce la questione della sicurezza sulla quotidianità degli operatori?
Tantissimo, dal momento che la situazione è assolutamente instabile, soprattutto al confine con il Ciad, e che i conflitti tribali rendono la situazione non prevedibile a lungo termine. Il comune banditismo, che ultimamente ha come bersaglio preferito le auto, è un fenomeno frequentissimo e non sempre si risolve in modo tranquillo. Questo influisce moltissimo sia sui tempi e i costi dell’attività, che sullo stress e sulla frustrazione dello staff, soprattutto quando deve recarsi in località remote e mal collegate. Per lunghi spostamenti tra una base e l’altra siamo spesso obbligati a servirci degli elicotteri del servizio messo a disposizione dal Programma alimentare mondiale (Pam), con un grande aumento di costi e tempi.

E quanto, nello specifico, la nuova situazione in Ciad?
Le ultime notizie sembra riportino al pericolo di una crisi simile a quella sudanese del 2003, quando migliaia di vittime nel Darfur occidentale si accompagnarono a centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati in terra ciadiana. Le conseguenze su un territorio e su una popolazione come questi, già stremati da anni di combattimenti, sicuramente saranno pesantissime, ma allo stato attuale stiamo monitorando la situazione. Sul confine Intersos è presente sia sul versante ciadiano che su quello sudanese, e si sta preparando al peggio. Dal punto di vista logistico, le conseguenze sono pesantissime: sembra assurdo, ma qualche anno fa per andare da Forobaranga, al confine col Ciad, al campo rifugiati di KouKou Angarana, che gestiamo in territorio ciadiano, ci volevano poche ore di macchina, ora dobbiamo prendere un aereo fino a Khartum via Addis Abeba e un altro a N'djamena.

L’assistenza ai rifugiati avviene in collaborazione delle agenzie internazionali?
Intersos è uno dei principali partner dell’Alto commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ha implementato e sta implementando progetti di scolarizzazione con l’Unicef, programmi per la sicurezza alimentare con la Fao e, inoltre, ha collaborato con la Cooperazione Italiana e l’Unione europea.

E ora?
Attualmente stiamo lavorando su un largo progetto con Unhcr basato sul reinserimento nelle comunità locali. In termini semplici, stiamo operando nei villaggi remoti di tutta l’area di interesse delle nostre basi (la provincia di Habila e del Wadi Salih) con interventi villaggio per villaggio basati sui bisogni della comunità. Si tratta di costruire scuole - cinque quest’anno - aprire o riabilitare punti d’acqua, fare campagne per l’igiene e la salute, svilluppare il sistema dell’educazione, dare sostegno alle attività agricole attraverso lo sviluppo di piccoli centri nei villaggi principali. Tutto questo, però, è fatto con la mobilitazione della comunità beneficiaria, direttamente coinvolta negli interventi. Noi forniamo i materiali e sosteniamo le attività in differenti modi, che sono implementate e poi gestite direttamente da chi andiamo ad aiutare. Sempre in questo progetto, dal 2004 stiamo monitorando la situazione di tutti i villaggi dell’area e di rifugiati, sfollati interni e delle risorse disponibili. Si tratta di un “Profiling” i cui risultati ora sono accessibili anche su Internet. Altro aspetto importantissimo, sono i centri per le donne e quelli per i ragazzi, che abbiamo aperto e sostenuto dal 2005 e che sono ormai prossimi all’autosufficienza.

Di che cosa si tratta?
Sono 12 centri per le donne e 9 centri per giovani al cui interno si svolgono una serie di attività richieste dagli stessi beneficiari: sostegno psicosociale, corsi di formazione, training sui differenti mestieri e su argomenti di salute e igiene. Lo scopo è fornire uno spazio non solo fisico, ma anche sociale di sicurezza, di riunione, di discussione e, soprattutto, di sviluppo per la comunità. Si tratta un vero e proprio network sociale all’interno dei villaggi. Al loro interno le donne e i giovani si danno assistenza l’uno con l’altro, trovano la possibilità e lo spazio per potere affrontare, in sicurezza, tutte le questioni che riguardano la loro situazione. La maggiore nostra soddisfazione nostra è stato vedere che questi centri, anche nei villaggi più remoti, hanno avuto un grande successo, si sono auto-replicati e oggi sono quasi del tutto autonomi.

Quanti sono i progetti attualmente in corso? Quanti i cooperanti impegnati sul terreno?
Oggi abbiamo in piedi quattro progetti, che sono ognuno parte integrante di un programma generale a supporto delle comunità locali nei differenti settori della sicurezza, istruzione, sostegno all’agricoltura, igiene e sanità. Lo staff è di 14 operatori espatriati e circa 150 locali. All’interno del team locale ci sono persone validissime che, dopo anni di lavoro con noi, ora sono perfettamente in grado di gestire autonomamente gli aspetti strategici più delicati del nostro programma. Ultimamente uno di loro è divenuto responsabile di un progetto finanziato dalla Fao, con cui stiamo facendo un lavoro di sostegno alla ripresa dell’agricoltura, che dura da alcuni anni ormai e sta dando ottimi risultati. Inoltre, stiamo costruendo con Unicef 70 classi in 23 scuole, insieme a 230 latrine, e ci stiamo occupando della mobilitazione degli insegnanti e delle associazioni locali di genitori e studenti.

Come interagisce Intersos con le comunità arabe e africane?
Intersos dà ovviamente sostegno a entrambe le comunità. Certamente, però, la comunità africana è quella più colpita dalla crisi e quella che ha bisogno di maggiore supporto. Senza un intervento bilanciato a favore anche dei casi di bisogno della comunità cosiddetta “araba”, però, non potremmo avere un reale intervento teso alla riconciliazione e alla ricostruzione di una società in cui si possa convivere. Dopo anni di guerra infatti, non è possibile distinguere tra le diverse vittime civili di un conflitto. La comunità civile araba è infatti ugualmente colpita dalla crisi di risorse e dai conflitti intertribali che abbondano nell’area. Quando si opera in modo imparziale, la distruzione che accompagna una guerra genera bisogni di intervento su ogni fronte.

Qual è in generale la situazione in cui operano le Ong nella regione?
Attualmente le Ong fanno i conti principalmente con difficoltà logistiche e burocratiche. Queste ultime riguardano soprattutto visti, autorizzazioni e leggi, che vengono applicate di volta in volta in modo differente e riconosco la nostra difficoltà di interpretazione della maggior parte delle carte che provengono da Khartum. La presenza umanitaria è massiccia nei grandi centri come Geneina ma, mano mano che ci si allontana da questi la situazione si fa più incerta e la presenza delle Ong è limitata. Per questo noi di Intersos, che operiamo anche in aree remote, dove le esigenze di assistenza sono più forti, possiamo dire che soffriamo... di solitudine.

Intersos ha in programma altri progetti in Darfur?
Stiamo pensando di allargare l’intervento verso un progetto molto ambizioso, che dia la possibilità di iniziare una gestione pacifica delle risorse strategiche (acqua e terra in primis) tra le due comunita’ “contrapposte”, quella dei nomadi coltivatori e quella dei coltivatori stanziali. Infatti, al di là di molte ragioni politche, anche questo conflitto ha le sue radici profonde nell’eterna lotta per le risorse che dilania tutta l’Africa, e che negli ultimi anni si è purtroppo pesantemente aggravata. Speriamo che il progetto possa partire a breve, e crediamo che sia l’ultima carta che ci sentiamo di provare per favorire una soluzione pacifica allo strazio che sta subendo questa terra. Nel breve termine, purtroppo, la crisi in Ciad ci porta a pensare che interventi di estrema emergenza siano all’orizzonte.

Nella foto in alto, un'operatrice di Intersos con i bambini di una scuola; nella seconda immagine, due cooperanti di Intersos in un villaggio nel Darfur occidentale; la terza è una foto di gruppo con una comunità africana

7 aprile 2007

1 Comments:

Blogger Blanche said...

complimenti

5:51 AM  

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